Image Hosted by ImageShack.us

Visualizzazione post con etichetta 8. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 8. Mostra tutti i post

lunedì, marzo 03, 2008

Il petroliere

Si può tralasciare qualsiasi commento sull'adattamento del titolo italiano: quando There Will Be Blood diventa Il petroliere, è "meglio chiudersi in un dignitoso silenzio". Meglio quindi passare oltre.
E' la fine del diciannovesimo secolo e negli Stati Uniti sono molti gli uomini che si mettono alla ricerca di giacimenti petroliferi sulla scia della seconda rivoluzione industriale. Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis) si definisce appunto un cercatore di petrolio e viaggia in lungo e in largo in compagnia del figlio "acquisito" H.W., alla ricerca di concessioni e terreni sfruttando l'immagine del figlioletto. A Little Boston il protagonista ottiene il massimo del proprio successo lavorativo, ma allo stesso tempo iniziano anche gli inarrestabili problemi umani, legati alla figura del predicatore Eli Sunday (Paul Dano).
Paul Thomas Anderson torna al cinema dopo 5 anni di assenza per scrivere e dirigere un affresco cinico e disilluso di quello che è il processo fondativo della società statunitense e lo fa contrapponendo sapientemente lo spietato liberismo del protagonista e l'ottuso bigottismo della sua controparte religiosa. Paul Dano, bravissimo antagonista nonché rivelazione della pellicola, riesce quasi a tenere testa alla grandezza e alla magistralità di Daniel Day-Lewis, sulle cui spalle si regge l'intero film e che regala l'ennesima interpretazione da manuale, giustamente premiata con la statuetta dell'Academy. Peccato che un film così intenso e carico di significati verrà visto da pochissime persone, respinte da un titolo idiota e fuorviante.

Voto: 8 / 10

martedì, febbraio 12, 2008

L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford

Mi è stato fatto notare che ultimamente la media dei voti si è alzata un po' troppo, ma non è colpa mia. Dopo qualche mese in cui per un motivo o per l'altro non sono riuscito a vedere tutto quello che mi interessava, ora sto riuscendo a recuperare i film che avevo perso. Va da sé che mi metto alla ricerca solo dei titoli che penso possano essere validi, tralasciando le boiate. Riporterò la media a un livello consueto guardando qualche schifezza, lo prometto.
Jesse James (Brad Pitt) non ha bisogno di presentazioni, è stato una delle più grandi leggende del mito del Far West. Ma il suo lato pubblico, leggendario e affascinante, è compensato da un privato oscuro, tormentato, che lo porta tragicamente alla morte nel 1882. A ucciderlo è il giovanissimo Robert Ford (Casey Affleck), che dopo un breve periodo di gloria per l'omicidio commesso, si perde nell'autocommiserazione e nel pentimento per l'infame tradimento perpetrato nei confronti di quello che una volta era il suo eroe.
Ispirandosi alla vera storia di Jesse James, Andrew Dominik scrive e dirige un western anticonvenzionale, in cui al tema della frontiera viene preferito il raffinato tratteggio psicologico dei due protagonisti, magistralmente intepretati da Brad Pitt (premiato a Venezia con la Coppa Volpi) e Casey Affleck (bravissimo e giustamente candidato all'Oscar). Entrambi valgono la visione in lingua originale per poter godere fino in fondo della loro recitazione. La bellezza della fotografia di Robert Deakins poi non fa che rendere ancora più affascinante il film, nonostante la sua lunghezza che però personalmente non ho accusato in maniera eccessiva. Purtroppo però il film è stato vittima di una distribuzione inconsistente e non credo avrà grande successo neanche in homevideo.

Voto: 8 / 10

lunedì, febbraio 04, 2008

Cloverfield

Mi sono dovuto trattenere. Se avessi scritto un post su Cloverfield appena tornato dal cinema sarebbe stato un insieme di onomatopee e di versi, simili a quelli di un tifoso di football durante il Superbowl. Per fortuna invece sono riuscito a controllare l'entusiasmo e a mitigarlo fino a oggi, giorno in cui mi sento pronto per scrivere perché questo è un gran bel film.
Rob (Michael Stahl-David) è in partenza per il Giappone per motivi di lavoro. Durante la festa di addio però qualcosa attacca New York, distruggendo la Statua della Libertà e seminando il panico tra la gente. Mentre tutta la città cerca una via di fuga, Robert decide di tornare indietro per salvare la sua ragazza, aiutato da Lily (Jessica Lucas), Marlena (Lizzy Caplan) e l'amico Hud (T.J. Miller), che riprende tutto l'evento con una videocamera.
Le immagini che scorrono sullo schermo sono proprio quelle riprese da Hud e lo spettatore non può che ritrovarsi catapultato nel bel mezzo dell'azione, catturato dalla regia in soggettiva e dalla frenesia delle scene. Prodotto da J.J. Abrams e diretto da Matt Reeves , ovvero due delle menti dietro il successo di Lost, Cloverfield è un film che ti lascia aggrappato alla sedia per un'ora e mezzo, senza un attimo di tregua. Questa volta, l'esperimento della soggettiva, fallito miseramente in un'altra celebre occasione, a mio avviso funziona egregiamente. E' curioso anche accorgersi a film finito della totale assenza di colonna sonora, che solitamente è uno dei pilastri di una pellicola, almeno dal punto di vista emozionale.

Voto: 8 / 10

domenica, gennaio 13, 2008

Paranoid Park

Benvenuti al secondo episodio, dopo Espiazione, della serie "se l'avessi visto prima, sarebbe entrato nella classifica di fine anno". Peccato che, a causa della chiusura di un cineforum che riusciva a portare a Vicenza tutte le pellicole più introvabili, le cose arrivino da queste parti con un mese di ritardo. A meno che non ci si accontenti di De Sica, ma non è il mio caso,e mi auguro non sia neanche il vostro.
Alex (Gabe Nevins) è uno skater adolescente che si aggira senza aspirazione e senza ideali in una città vuota. Gli unici momenti in cui si sente vivo sono quelli che passa sulla sua tavola, specialmente dopo aver scoperto il Paranoid Park che dà il titolo al film. Una notte, senza volerlo, provoca la morte di una guardia di sorveglianza e da quel momento dovrà fare i conti con il proprio senso di colpa.
La descrizione della trama è sicuramente riduttiva, ma in effetti ciò che rende Paranoid Park un gran film non è tanto quello che succede, quanto piuttosto come viene raccontato. Il percorso di formazione del protagonista, tra la famiglia disagiata e i sensi di colpa, tra la "fidanzata" invadente e il senso di appartenenza a una comunità che tale non è, procede senza colpi di scena, in maniera quasi apatica, e viene seguito dal regista con un freddo distacco che rispecchia in fondo l'atteggiamento di Alex nei confronti del mondo che gli sta intorno. Gus Van Sant, dopo il passo indietro di Last Days, torna ad avanzare sul proprio cammino artistico con un'opera fatta di pochi ma intelligenti dialoghi e di immagini ispirate e ispiranti. La narrazione a incastro, che poteva appesantire lo svolgimento del racconto, riesce invece a risultare naturale come la brillante recitazione del protagonista Gabe Nevins, alla sua prima interpretazione. La poesia di alcune scene rende giustizia al premio ricevuto a Cannes dal regista, che conferma (come se ce ne fosse bisogno) il proprio talento.

Voto: 8 / 10

mercoledì, gennaio 09, 2008

Rescue Dawn


Da quando ho scoperto che doveva uscire, ho atteso con ansia e trepidazione che Rescue Dawn venisse distribuito in Italia. Sono passati mesi ma ancora non si è visto nulla all'orizzonte, motivo per cui mi sono impegnato per recuperare almeno una visione in lingua originale (cosa che sono felice di aver fatto), sebbene continui a chiedermi il motivo di tale ignoranza. In fin dei conti, anche se non sono un esperto di marketing, credo che non sia proprio un film invendibile. Un altro dei tanti misteri della distribuzione italiana.
Dieter Dengler (Christian Bale) è un pilota americano di origine tedesca che durante la guerra in Vietnam viene mandato a compiere una missione segreta sopra il Laos. Abbattuto dalle mitragliatrici nemiche, viene catturato, torturato e rinchiuso in un campo di prigionia del Pathet Lao. Assieme ad altri cinque compagni di detenzione, tra cui il soldato Dwaine Martin (Steve Zahn), Dieter organizza una fortunosa fuga che riesca a strapparli alla morte sicura a cui andrebbero incontro.
Riprendendo la storia (realmente accaduta) del suo stesso documentario Il piccolo Dieter vuole volare, datato 1997, Werner Herzog dirige un film di guerra che tutto sommato non è di argomento strettamente bellico ma andrebbe visto come una pellicola introspettiva sulla condizione psicologica della prigionia e i suoi diversi aspetti. Rescue Dawn è un film quasi sempre sussurrato, basato principalmente sulla capacità attoriale sovrumana di Christian Bale e sulle doti, fin'ora nascoste, di Steve Zahn. Anche Jeremy Davies, che interpreta un altro prigioniero del campo, lascia esterrefatti con la sua abilità. L'effetto di realisimo poi è stato ottenuto dal dimagrimento esagerato a cui si sono sottoposti gli attori, che hanno perso rispettivamente 25 kg, 18 kg e 15 kg. Mi auguro che Bale abbia un dietologo, perché se continua così si rischia di giocarselo, e per il cinema contemporaneo sarebbe una perdita inimmaginabile.

Voto: 8 / 10

sabato, gennaio 05, 2008

Espiazione


Per la serie "se l'avessi visto prima, sarebbe entrato nella classifica di fine anno" ecco il secondo film di Joe Wright, che tanto successo ha riscosso in giro per il mondo dopo la mostra di Venezia, ma che io non avevo ancora avuto occasione di vedere. Un'altra pellicola che contribuisce alla gloria di Keria Knightley, attrice tanto bella (e in alcuni casi anche discretamente brava) ma che comincia un po' a stufare con il suo atteggiamento "prezzemolino".
In un giorno d'estate, nel 1935, la tredicenne Briony Tallis legge una lettera inviata da Robbie Turner (James McAvoy) alla sorella Cecilia (Keira Knightley) e confusa da quanto ha letto e visto la sera stessa, accusa il ragazzo di aver violentato la propria cugina quindicenne. Le loro strade si dividono, Robbie va in prigione e poi finisce arruolato in Francia, Cecilia diventa infermiera recidendo qualsiasi contatto con la famiglia, Briony decide di seguire la strada della sorella, sebbene non ci sia più un legame ad unirle. Cosa ne sarà dei loro destini, tanto divisi quanto uniti, da un tragico errore di infanzia e così difficilmente riconciliabili?
Joe Wright, giovane regista inglese al suo secondo film dopo Orgoglio e pregiudizio, sceglie un altro adattamento da un libro celebre (che però io non ho, ancora, letto). Stavolta la resa cinematografica migliora e ne esce una pellicola più matura e riuscita, complice un soggetto a mio avviso più interessante e un utilizzo più sapiente del mezzo, come testimonia il bello e ovunque citato piano sequenza ambientato sulla spiaggia di Dunkerque. Anche la scelta di raccontare due volte certi fatti, per fornire le diverse versioni narrative di chi li ha vissuti, è una scelta ben accetta, sebbene poco originale. A supportare la prova di Wright comunque bisogna segnalare un cast pregevole e dotato, specialmente nel caso di James McAvoy, per me una scoperta. Da notare infine la bella colonna sonora dell'italiano Dario Marianelli, che accompagna il film senza essere invadente.

Voto: 8 / 10

sabato, dicembre 15, 2007

La promessa dell'assassino


Quest'anno ho dovuto rimediare al danno di due anni fa, quando non andai a vedere A History Of Violence in sala e ne aspettai stupidamente l'uscita in dvd. In più non vedevo un film al cinema da un mese e mezzo (fatta eccezione per Nightmare Before Christmas, ma anche una novità ogni tanto non guasta), era ora di rimediare e di farlo alla grande. Quale occasione migliore del nuovo film di Cronenberg, tanto atteso quanto lodato da critica ufficiale e non.
Anna (Naomi Watts) è una levatrice del Trafalgar Hospital di Londra e quando una 14enne di origine russa muore sotto i suoi occhi dando alla luce una bambina, cerca di tradurre il diario della ragazza almeno per rintracciarne i parenti. Il quaderno però si rivela essere un vaso di Pandora più rischioso del previsto, catapultando la giovane dottoressa nello spietato mondo della mafia russa, in particolare con il boss Semyon (Armin Mueller-Stahl) e l'autista Nikolai (Viggo Mortensen).
Dopo A History Of Violence David Cronenberg dirige una seconda volta un immenso Viggo Mortensen in un film da ricordare e da rivedere, dove lo stile asciutto e freddo del regista canadese è un occhio lacrimante sulla violenza inevitabile di questo mondo. Immigrazione, criminalità organizzata, razzismo, aborto sono solo alcuni dei temi trattati da Cronenberg, che però dirige l'obiettivo con particolare attenzione sulla questione dell'identità e, come scritto poco sopra, della violenza. I personaggi sono immersi in un mondo senza cognomi, in cui la storia di una persona è raccontata dai suoi tatuaggi e dalle sue origini.
Ci sarebbe molto altro da dire su questo film (e infatti nulla esclude una revisione di questo post), ma non ne vale la pena, non sono abbastanza bravo con la tastiera. La soluzione quindi è la più ovvia: andate a vederlo.

Voto: 8 / 10

domenica, novembre 04, 2007

The Bourne Ultimatum - Il ritorno dello sciacallo


Le avventure cinematografiche ispirate ai libri di Robert Ludlum giungono infine al terzo (e in teoria ultimo) capitolo. A questo punto gli appassionati di cinema d'azione dovrebbero cominciare a sentire già la nostalgia per un trittico che ha portato nuova linfa ad un genere che sembrava essere definitivamente incanalato verso un destino già scritto. Al mondo fatto di gadget ultrateconologici e ambientazioni esotiche, la serie di Bourne ne oppone uno più credibile, più reale, in cui il protagonista è un uomo speciale, ma allo stesso tempo caratterizzato da una serie di debolezze che lo rendono più vicino allo spettatore. Forse è stato proprio questo uno degli ingredienti alla base del suo successo, unito ovviamente alla qualità del comparto artistico-produttivo.
Jason Bourne (Matt Damon) è sempre più vicino alla scoperta della propria identità, dopo anni di ricerche e vendette. Ma se Pamela Landy (Joan Allen) è disposta a dargli una mano o quanto meno a cercare di riportarlo sano e salvo all'internod ell'Agenzia, il vice-direttore Noah Vosen (David Sthrathairn) non la pensa allo stesso modo e cerca in tutti i modi di eliminare lo scomodo testimone dei progetti Treadstone e Blackbriar. Tra Torino, Londra, Mosca e Tangeri, lo scontro finale avverrà a New York, riprendendo la trama proprio quando si era interrotta alla fine di The Bourne Supremacy.
Lo sceneggiatore Tony Gilroy riprende appunto la narrazione anticipando la fine della pellicola precedente (la cui sceneggiatura era sempre sua) e ricollegandocisi con il procedere degli eventi verso la fine di questa. Un intreccio atipico, che però si sposa perfettamente con la regia frenetica ma mai caotica di Paul Greengrass, anche lui di nuovo alle prese con le avventure di Bourne, che riesce magistralmente a tenere alto il livello di adrenalina dello spettatore per tutte le quasi due ore di pellicola. Il plauso finale quindi va al cast, sia ai "veterani" come Damon e Allen che ai "novellini" come Sthrathairn e Finney, una selezione di attori forse poco conosciuti al grande pubblico (Damon a parte) ma in grado di portare sullo schermo una serie di interpretazioni davvero degne di nota.

Voto: 8 / 10

domenica, ottobre 14, 2007

Io non sono qui


Voto: 8 / 10

venerdì, maggio 25, 2007

Zodiac


Dopo 5 anni di assenza dal grande schermo e dopo diversi mesi di attesa fomentata da trailer bellissimi, finalmente David Fincher torna nelle sale con un'opera che a mio parere si può tranquillamente considerare la migliore della sua filmografia. E lo dice uno che ha visto, rivisto e apprezzato parecchio sia Se7en che Fight Club. La differenza con Zodiac sta nel fatto che Fincher sceglie una maniera completamente diversa di raccontare una storia parzialmente diversa rispetto alle sue opere precedenti. L'argomento è sempre cupo, a tratti terribile, ma la narrazione al contrario di quanto avveniva in passato procede in maniera pulita, elegante, senza esagerazioni e senza eccessivi virtuosismi.
La storia (vera) è quella del serial killer chiamato Zodiac, che per diversi anni terrorizzò la baia di San Francisco con i suoi delitti e le sue lettere alla stampa in cui si fregiava delle tragedie o ne minacciava altre e che non fu mai catturato dalle autorità. L'intreccio cinematografico segue la vicenda tramite gli occhi di alcune persone che seguirono personalmente le indagini arrivando a mettere da parte le proprie vite personali e professionali pur di trovare una soluzione ai misteri che circondavano la figura dell'assassino. Nella fattispecie, si tratta del vignettista Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal), dal cui libro è tratta la sceneggiatura, del cronachista Paul Avery (Robert Downey Junior) e del poliziotto Dave Toschi (Mark Ruffalo).
Fin dai primi fotogrammi della pellicola il regista si adopera per ricreare sapientemente un'epoca passata e lontana, in particolare grazie a un'eccellente fotografia e a un montaggio che, come il mondo ritratto sullo schermo, è distante dagli stilemi contemporanei concitati e velocissimi, per non parlare dell'importante parte giocata dall'ottima colonna sonora. A elevare ulteriormente il valore del film comunque ci pensa il cast, dall'eccellente prova dei tre attori principali (Gyllenhaal e Downey Junior grandissimi, ma già si sapeva, Ruffalo idem, ma non me l'aspettavo) all'esemplare lavoro di tutti i comprimari, molti, forse troppi per essere citati tutti.
Tuttavia Zodiac non è un film perfetto, anzi paga il prezzo di qualche (piccolo) difetto che gli preclude la strada verso il capolavoro, nonostante diverse scene siano decisamente da antologia. La durata, che non è assolutamente eccessiva (158' di Zodiac passano ben più veloci dei 168' di Ai confini del Mondo), avrebbe comunque dovuto consentire un maggior approfondimento dei personaggi, che per alcuni aspetti sono un po' trascurati. Per dirne uno, l'ossessione di Graysmith per il caso Zodiac spunta come un fungo nel momento in cui ne sente parlare per la prima volta, così, come un improvviso colpo di fulmine. Un altro appunto che mi sentirei di fare al film è l'importanza data ai diversi aspetti della narrazione. Gli impedimenti investigativi sono sicuramente una delle cose più affascinanti (soprattuto per il loro valore storico) ma forse qualche scena di tensione in più non avrebbe fatto male. Lo "scantinato" comunque non me lo leverò dalla testa per un bel po'.

Voto: 8 / 10

mercoledì, maggio 09, 2007

Hot Fuzz


Prendendo spunto ancora una volta dai suggerimenti del buon kekkoz, ieri ho recuperato l'ultimo film di Edward Wright, ovvero colui che tre anni fa diede alla luce l'ormai mitico Shaun Of The Dead, in Italia conosciuto anche come L'alba dei morti dementi. Meglio usare il titolo originale, direi. Comunque, già vedendo il trailer qualche mese fa avevo avuto l'impressione dell'arrivo di un'altra pellicola molto divertente, ma sinceramente non mi aspettavo tanto.. Per la seconda volta di fila!
Il sergente Nicholas Angel (Simon Pegg) è il miglior poliziotto di Londra, ma è talmente bravo nel suo lavoro che i superiori decidono di trasferirlo in un pacifico villaggio della campagna inglese, dove eviterà di mettere in cattiva luce i
propri colleghi. Dopo i primi tempi di quiete mortale, il nuovo arrivato inizia a fare amicizia con un collega imbranato (Nick Frost), ma soprattutto scopre alcuni omicidi sospetti che tutto il villaggio si sforza di vedere come tragici incidenti.
Il film, scritto a quattro mani da Wright e da Pegg (così come era successo per la loro collaborazione precedente), riprende da dove aveva lasciato Shaun Of The Dead in materia di parodia ed emulazione, solo che questa volta al posto dell'horror troviamo il film d'azione. E ancora una volta il regista alterna alla perfezione momenti di puro divertimento a scene in cui riesce a gestire egregiamente il lato action della pellicola. Quindi gag da risate a crepapelle e sparatorie all'ultima pallottola, il tutto amalgamato con uno stile che pochi possono vantare. Il merito principale va sicuramente al regista e al protagonista, perfetti sia in fase di sceneggiatura che davanti/dietro la macchina da presa, ma non va dimenticato anche il resto del cast, in mezzo al quale spicca ancora una volta Nick Frost, davvero esilarante. Da segnalare infine il cameo di Cate Blanchett e Peter Jackson.

Voto: 8 / 10

mercoledì, gennaio 31, 2007

Una scomoda verità


Quando guardo un documentario faccio fatica a prescindere dall'argomento trattato per valutare l'effettiva qualità del prodotto cinematografico. Quanto del nostro coninvolgimento è dovuto agli argomenti trattati e quanto invece è da attribuire all'abilità del regista? Se questo dilemma mi si presenta ogni volta che mi trovo di fronte a un prodotto di questo tipo, in casi come questo la difficoltà sa fa ancora più grande. Ne deriverà ovviamente un parere che forse non è del tutto oggettivo, ma sicuramente è sincero.
Una scomoda verità è fondamentalmente la trasposizione cinematografica delle conferenze che Al Gore sta tenendo da anni in tutto il mondo. Gore, colui che nel 2000 sarebe dovuto diventare il prossimo presidente degli USA se non fosse stato per l'affaire-Florida, è il protagonista e la voce narrante del film, in cui egli racconta il proprio interesse per il global warming e spiega questo fenomeno in maniera piuttosto semplice e lineare, alternando momenti in cui parla della propria vita privata e di sè stesso come uomo politico e non.
Surriscaldamento globale. Questo è il centro focale della pellicola. E le informazioni che essa divulga non possono fare altro che colpire lo spettatore come un pugno, creando un crescente senso di ansia e di impotenza che, grazie a Dio, viene (parzialmente) mitigato nel finale. L'importanza di questo film, ma soprattutto del messaggio che esso veicola, è fondamentale anche nel nostro Paese, perché se è vero che gli Stati Uniti da soli producono il 30% di emissioni di anidride carbonica del pianeta, l'Italia è l'ultimo Paese in Europa per il finanziamento alla ricerca sulle energie rinnovabili. Vorrà pur dire qualcosa.
Guardatelo. Parlatene. Leggete.
www.climatecrisis.net

Voto: 8 / 10

sabato, gennaio 06, 2007

The Host


Spinto alla visione dall'hype creato dai "colleghi" cinebloggers, sono riuscito a recuperare questo film che chissà quando (e se) verrà distribuito in Italia. Ed è un peccato porsi questo interrogativo, perché con tutto ciò che ci viene propinato al cinema ogni settimana, soprattutto in materia di film d'azione barra avventura, sarebbe una boccata d'aria fresca non indifferente.
Una famiglia gestisce uno snack-bar in una baracca sulle rive del fiume Han a Seoul. Da quest'ultimo un giorno fuoriesce un mostro gigante, che dopo aver ucciso e mangiato decine di persone, rapisce figlia del protagonista per portarla nella propria tana. Mentre il governo coreano e i militari statunitensi cercano di tenere sotto controllo la città minacciando l'uso del cosiddetto "Agent Yellow", padre, zii e nonno si mettono alla ricerca della propria bambina perduta, senza paura di sfidare né le forze dell'ordine né la creatura mutante.
La forza del film, e di riflesso l'abilità del regista, sta nella leggerezza con cui riesce a cambiare registro stilistico, alternando momenti di grande tensione a sequenze comiche, o riflessioni sociali e politiche. Joon-ho Bong infatti ha realizzato un'affascinante commistione di generi cinematografici e, cosa non da poco, li ha montati senza far stonare tra loro le diverse anime del film. Sta allo spettatore quindi abbandonarsi e lasciarsi toccare dal dramma di una famiglia di emarginati, a cui non rimane nulla se non la dignità di salvare la propria bambina, o riflettere sulle paure della società odierna, come quella per le famigerate armi batteriologiche. Oltre alla regia comunque, pure gli altri aspetti tecnico-creativi si sono dimostrati all'altezza delle (alte) aspettative, come le musiche o la fotografia. E anche gli attori fanno decisamente il loro lavoro, su tutti Kang-ho Song, che tra l'altro sarà protagonista del prossimo film di Park Chan-wook.

Voto: 8 / 10

lunedì, gennaio 01, 2007

The Prestige


L'ho aspettato per mesi e sono andato a vederlo non appena ho potuto, peccato che poi non abbia potuto scriverne subito a causa di un disguido con Blogger. E' successo quindi che nel frattempo ho letto altre opinioni, pareri, riflessioni che, se mi hanno portato ad apprezzare ancora di più il film, mi condannano inevitabilmente a scrivere cose che alla fine fine sono già state dette. Grazie, mr. Blogger!
Con The Prestige Cristopher Nolan conferma ancora una volta le sue grandi dota di cineasta, le quali emergono in maniera particolare quando è affiancato dal fratello Jonathan alla scrittura, come in questo caso e in quello di Memento. Difficile comunque scrivere di questo film senza rivelare alcun aspetto della trama. Ci provo.
Il regista inglese ricostruisce ua Londra di fine '800 dove fa scontrare due illusionisti, Alfred Borden (Christian Bale) e Robert Angier (Hugh Jackman), colleghi/rivali senza scrupoli. Dopo un incidente giovanile, che esplicita definivamente le loro divergenze, passeranno la vita a fronteggiarsi cercando di migliorare costantemente i propri numeri, pagando però un caro prezzo e coinvolgendo sé stessi e tutti coloro che li circondano.
Nolan imposta la struttura del film secondo quella che egli presenta come la struttura dei trucchi illusionistici, ovvero una prima parte, la promessa, una centrale, la svolta, e infine una parte centrale, il prestigio. Fin dall'inizio il regista dichiara le proprie intenzioni grazie al personaggio di Michael Caine (il quale mette a segno un'altra interpretazione magistrale, la terza solo quest'anno), ma riesce comunque a spiazzare lo spettatore, quasi fino alla fine. Ma se si rimane affascinati dal lato "magico" della pellicola, non si può non apprezzare l'analisi che fa dei due personaggi protagonisti, del loro rapporto di opposizione e vendetta, cosa che riesce anche grazie alle prove attoriali di Bale, sempre più una conferma, e di Jackman, il quale sembra finalmente avere qualcosa di più oltre agli "artigli". Va menzionato infine David Bowie, al quale bastano pochi minuti sullo schermo per domandarsi come mai non si dedichi al cinema un po' più spesso.
Sicuramente da vedere e, quasi altrettanto sicuramente, da ri-vedere.

Voto: 8 /10

domenica, novembre 19, 2006

Children Of Men - I figli degli uomini


L'ultima pellicola di Alfonso Cuarón, talentuoso regista messicano la cui opera più conosciuta è probabilmente il terzo capitolo di Harry Potter, è stata presentata un paio di mesi fa a Venezia. Giusto quando io stavo uscendo dalla proiezione di Gedo Senki, ricordo che sono arrivati Clive Owen e Michael Caine per la prima. Se avessi saputo allora quanto mi sarebbe piaciuto, mi sarei impegnato ben di più per cercare di avere un posto in sala.
Londra, 2027. Theo (Clive Owen) è un uomo di mezza età disilluso e rassegnato alla desolazione di una società distopica in cui xenofobia e violenza si mischiano a una ancora più grave infertilità patologica. In tutto il pianeta infatti non nasce un bambino da 18 anni. Sarà la sua ex-moglie terrorista Julian (Julianne Moore) a trascinarlo in una corsa contro il tempo per dare una speranza a tutta l'umanità. Aiutato da un vecchio amico freakettone (Michael Caine), Theo, inzialmente riluttante, cercherà in ogni modo di portare a termine la propria missione.
Tratto da un libro di P.D. James, I figli degli uomini è un film che riesce a unire (come solo la migliore fantascienza sa fare) elementi di intrattenimento e riflessioni sul mondo che ci circonda. Per questo fin dall'inizio della pellicola emergono riferimenti pessimistici, anche se spesso un po' facili, ai mali che affliggono il nostro pianeta: inquinamento, guerra, violenza, repressione, razzismo. Insomma, tutte le belle cose che si leggono ogni giorno sui giornali. Tuttavia, sebbene quasi nessuno venga risparmiato, c'è sempre un barlume di speranza, in questo caso impersonificato dalla figura di Kee (Claire-Hope Ashitey ).
Sebbene come ho già detto alcuni aspetti siano un po' facili (come anche le citazioni artistico-musicali), rimane un film davvero coinvolgente ed emozionante. Non capisco come mai sia stato snobbato da gran parte dei critici presenti alla Mostra. La regia di Cuarón è ottima, e in alcune scene addirittura memorabile, come durante il lungo e bellissimo piano sequenza verso la fine. Gli attori sono tutti in parte, e se Caine è una certezza, Owen è una conferma e la Ashitey una sorpresa (nonostante un doppiaggio imbarazzante). Se non bastasse, c'è anche una colonna sonora stupenda, da avere assolutamente.
Bello, davvero.

Voto: 8 / 10

martedì, ottobre 10, 2006

Miami Vice


Dopo l'ottimo piazzamento di Collateral nella mia classifica personale dei film usciti nel 2004, e considerato quanto mi piace Mann come regista, ero rimasto molto deluso e un po' impaurito dalle fredde critiche che avevano Miami Vice alla sua uscita oltreoceano. Mi sono quindi recato in sala dubbioso e un po' perplesso. 5 minuti, tanto è bastato a farmi completamente cambiare idea e a realizzare che Mann, nonostante questo non sia affatto il suo film più riuscito, al giorno d'oggi è probabilmente il miglior regista di film d'azione negli Stati Uniti.
Sonny (Colin Farrell) e Rico (Jamie Foxx) sono due agenti della polizia di Miami a cui viene affidata una delicata missione di infiltramento in un traffico di droga che coinvolge anche una possibile talpa all'interno delle forze dell'ordine. Fino a dove saranno disposti a spingersi per raggiungere il loro scopo? Quanto potranno osare prima di perdere tutto?
A essere sincero io non ricordo con precisione la serie televisiva, quindi non so dire quanto sia rimasto del telefilm in questa pellicola. A spanne però, il serial con Don Johnson era decisamente più soft come ambientazione e come regia. Mann però, che era uno dei produttori della serie, ha reinterpretato la storia e i personaggi rendendoli decisamente più cupi. La personalizzazione del regista si sente e conferisce al film l'aspetto tipico di un film di Mann, e questo è un punto a favore non da poco. Lo stile, come sempre, c'è e si vede. Una menzione speciale va fatta poi per il sonoro del film. L'Oscar® quest'anno è già stato assegnato. Ferrari, fucili, offshore, mitragliatrici. WOW!
Comunque, come ho già scritto non è il migliore film di Mann, anzi, forse è quello più debole degli ultimi 10 anni. Ciò non toglie che se tutti i film d'azione o polizieschi fossero così, Hollywood sarebbe un posto di gran lunga migliore.

Voto: 8 / 10

giovedì, settembre 28, 2006

Fearless


Incuriosito dalla classifica del box-office americano, e ancora di più dalle notizie sul film, ho prontamente provveduto a recuperarlo in lingua originale. E direi che ne è valsa decisamente la pena.
La storia si ispira alla vita di Huo Yuan Jia, un maestro di arti marziali cinese vissuto a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, che si batté per l'onore della propria gente e contro l'imperialismo sfrenato di quegli anni. Come in (quasi) ogni ricostruzione cinematografica però la storia è stata opportunamente modificata per seguire le esigenze di produzione, per aggiungere pathos alla pellicola. Peccato che i discendenti di Huo Yuan Jia si sono indignati per l'immagine del maestro che traspare nella prima parte del film e hanno richiesto le scuse di Jet Li e della produzione. Peccato.
Nella seconda parte tuttavia la trama espone i tratti salienti dello spirito di Huo Yuan Jia e i suoi principali insegnamenti, che furono alla base della fondazione della sua scuola, la Chin Woo Athletic Association. La miscela di fiction e realtà riesce a creare una buona combinazione di sentimento e azione, bilanciando perfettamente le parti riguardanti la formazione morale e ideologica del protagonista con le scene di combattimento.
Se a questo aggiungiamo un Jet Li in stato di grazia, sia come artista marziale che come attore, e delle bellissime coreografie del solito ma inesauribile Yuen Woo-ping, avremo un film che merita di essere visto non appena uscirà (si spera presto) anche nelle sale italiane.

Voto: 8 / 10

sabato, agosto 12, 2006

A History Of Violence


Queste ridenti giornate di agosto, che sembra di stare ottobre, sono l'ideale per vedere (o rivedere, come in questo caso) i film della passata stagione e recuperare qualche recensione dimenticata o smarrita. Un'ottima occasione quindi per scrivere dell'ultima pellicola di Cronenberg, considerata (a ragione) da molti una delle migliori della scorsa annata cinematografica.
Tom Stall (Viggo Mortensen, in gran forma post-Aragorn) è un ristoratore della provincia americana che vive una vita tranquilla con una bella moglie (Maria Bello) e due figli. Una sera, davanti a due criminali omicidi che sono entrati nella sua tavola calda, si lascia prendere dal proprio istinto di sopravvivenza e salva il locale uccidendo i delinquenti. Trasformato dai media in un eroe, si troverà a fare i conti con un presunto passato violento, impersonificato dall'apparizione di Carl Fogarty (un ottimo e agghiacciante Ed Harris).
A History Of Violence, ispirato da una graphic novel (e ancora una volta emerge il valore dei fumetti... A quando il giusto riconoscimento anche in Italia?), è un affresco lucido e angosciante della natura violenta delle persone. Il mite protagonista è davvero chi sembra essere o, come è evidente, affiora la sua natura sanguinaria, soppressa per tanti anni? E le persone che lo circondano, che biasimano la sua "doppia-personalità", non sono forse affette dallo stesso problema? Il quadro che emerge dalle immagini del film è amaro ma realistico, che dipinge una società violenta e bugiarda, con la quale spesso ci si trova a dover fare i conti.

Voto: 8 / 10

sabato, aprile 15, 2006

Inside Man


Una rapina in banca, un cattivo che poi così cattivo non è, un poliziotto che deve riscattarsi a tutti i costi e dei personaggi più o meno loschi che tramano nell'ombra. Fino a qui niente di nuovo? Ok, posso dirvi però, citando il film, che questo è solo il cosa. E' il come che fa la differenza. Spike Lee gira un film di genere, senza dubbio, ispirandosi più o meno apertamente ai classici, come Quel pomeriggio di un giorno da cani. Il gioco di inganni con lo spettatore e i colpi di scena lo renderebbero di per sè un film che vale la pena vedere, senza dimenticare un ottimo cast, su tutti Denzel Washington e Clive Owen, e una coinvolgente colonna sonora.
Ma c'è di più, perché Lee lo trasforma abilmente in uno dei suoi joints, inserendo i temi a lui cari. Siamo a New York, città multietnica per eccellenza, e i diversi personaggi hanno a che fare con le razze e i pregiudizi che purtroppo fanno parte della gente. E poi c'è il terrorismo, l'incubo di quell'11 settembre, ancora così vivo, che trapela in diverse scene. E infine una riflessione sulla (scarsa) morale e sull'arrivismo che pervadono la società odierna, senza essere pedante o retorica.
Altro che Soderbergh e Ocean's Eleven.
Non c'è molto altro da dire, a mio parere, anche perché c'è chi l'ha già fatto, probabilmente meglio.

Voto: 8 / 10

sabato, marzo 04, 2006

Wallace & Gromit - La maledizione del coniglio mannaro


Finalmente anche in Italia è uscito il terzo ed ultimo candidato all'Oscar come film di animazione, insieme a La sposa cadavere e Il castello errante di Howl. Ricordo di aver visto i primi cortometraggi della premiata coppia (già due premi dell'Academy) Nick Park - Steve Box anni e anni fa, a casa di un amico di origine inglese. Ricordo anche la "novità" della stop-motion, poco dopo rilanciata dal capolavoro Burtoniano, e le tante risate che si facevano davanti alla tv.
Ora sono passati più di 10 anni, ma a quanto pare poco è cambiato, a parte la tecnica di animazione che è migliorata. Le risate sono tante, tantissime, anche ora, ma la soddisfazione è ancora di più, visto e considerato che il film si può apprezzare sotto diversi punti di vista. Mi riferisco al citazionismo che da qualche anno, soprattutto nel cinema di animazione, è diventato quasi d'obbligo e viene usato senza ritegno, al punto di diventare fastidioso. La differenza qui è che i registi rimandano ai classici film dell'orrore Universal con una sincerità e uno stile come raramente si può vedere. Innanzitutto il lupo mannaro, in particolare quel Lupo mannaro americano a Londra di John Landis, ma anche Frankenstein e Snoopy.
Inoltre Wallace & Gromit, con le loro fattezze british e un po' retro', decisamente lontane dai lavori hollywoodiani degli ultimi anni, portano una ventata di freschezza gradita quanto inaspettata. Uno è un geniale inventore calvo e amante del formaggio, l'altro è il suo cane muto ma altrettanto geniale, due eroi perfetti per salvare la fiera ortofrutticola del villaggio dall'arrivo di un coniglio gigante. Peccato che in questa loro avventura siano oscurati dalla presenza dei coniglietti che infestano la città: impossibile trattenere le risate ad ogni loro apparizione.
Mi aspettavo molto da questo film e, per una volta, l'aspettativa è stata addirittura superata, invece che delusa. Grazie Nick Park e Steve Box.

Voto: 8 / 10